Carlo Acutis, il ragazzo in jeans e scarpe da ginnastica
Ad Assisi sono stato nell’aprile del 2023. Di cose da vedere ce n’erano parecchie, ma quella che volevo davvero era il Santuario della Spogliazione, dove si trova la tomba di Carlo Acutis.
Il santuario è la Chiesa di Santa Maria Maggiore, la prima cattedrale di Assisi. Dal maggio del 2017, insieme al complesso del Vescovado, è diventata Santuario della Spogliazione. Il nome ricorda il gesto di Francesco che, davanti al padre e al vescovo, si tolse i vestiti e restituì tutto per seguire Gesù povero e crocifisso. Lo racconta anche il cartello di benvenuto piazzato fuori dalla chiesa.
Proprio lì fuori, prima di entrare, mi sono trovato davanti la sagoma di Carlo a grandezza naturale: zaino in spalla, felpa, jeans, scarpe da ginnastica. Dietro di lui, un grande ostensorio dorato. Per un secondo ho pensato a un cartonato pubblicitario. Poi ho capito che l’immagine diceva già tutto: un ragazzo normale accanto all’Eucaristia.

La sagoma di Carlo all’ingresso della Chiesa di Santa Maria Maggiore, con il cartello di benvenuto del Santuario della Spogliazione.
Dentro, la tomba è vicino alla parete, sotto una serie di formelle di marmo bianco scolpite. Il sarcofago ha un’apertura di vetro e sopra il vetro c’è il sole con la scritta IHS. Carlo è disteso lì, e la cosa che colpisce è com’è vestito: jeans, giacca della tuta, scarpe da ginnastica. Sembra un quindicenne che si è fermato un momento a riposare. Sotto, su un blocco di pietra grezza, si legge il suo nome e le date: 1991-2006.

La tomba di Carlo Acutis nel Santuario della Spogliazione.
Sono uscito con la voglia di sapere di più su di lui, e ho cominciato a leggere.
Un ragazzo come tanti, ma non proprio
Carlo nasce a Londra il 3 maggio 1991, dove i genitori, Andrea e Antonia, si trovavano per lavoro. Pochi mesi dopo la famiglia torna a Milano, ed è lì che cresce. In casa la fede non era molto praticata, e sua madre ha raccontato più volte di essersi riavvicinata alla Chiesa proprio grazie a lui. Alla Prima Comunione arriva a sette anni, prima del solito, con un permesso speciale. Da allora la Messa quotidiana diventa un appuntamento fisso.
Per il resto la sua giornata era quella di tanti ragazzi. Aveva un cane, Poldo, e altri animali in casa. Giocava a calcio, amava i videogiochi, ma si era dato una regola: un’ora a settimana, non di più. Per un ragazzino dei primi anni Duemila, con le console in giro dappertutto, non era una scelta scontata.
Il computer e i miracoli eucaristici
La passione vera era l’informatica. Studiava da solo testi di programmazione che di solito si incontrano all’università. Verso gli undici anni iniziò il lavoro che lo avrebbe fatto conoscere: raccogliere e documentare i miracoli eucaristici avvenuti nel mondo. Ci lavorò circa quattro anni, cercando fonti, scrivendo a diocesi e santuari, costruendo un sito e poi una mostra con oltre un centinaio di casi. La mostra ha girato parrocchie e centri di tutti i continenti. Per questo oggi c’è chi lo chiama, un po’ per gioco e un po’ sul serio, il patrono di internet.
Da qui viene una delle sue frasi più note: «L’Eucaristia è la mia autostrada per il cielo». Per lui non era un modo di dire poetico. Era un’indicazione pratica: voleva arrivarci per la strada più diretta.
L’attenzione agli altri
Chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto questo. Difendeva i compagni presi di mira, in particolare un ragazzo con disabilità che veniva preso in giro. Faceva catechismo in parrocchia. Portava da mangiare ai senzatetto del quartiere e, si racconta, rinunciava a qualche piccola spesa per aiutarli.
C’è poi una storia che mi è rimasta in testa. Rajesh, un uomo induista originario delle Mauritius che lavorava per la famiglia, rimase così colpito dal modo di vivere di Carlo che qualche anno dopo si fece battezzare. Nessun discorso, nessuna predica. Solo la coerenza di un ragazzo che faceva quello che diceva.
Un’altra frase, forse la più citata: «Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie». Detta da un adolescente che passava le giornate tra computer e social può sembrare strana. Voleva dire che non serve copiare nessuno, nemmeno i modelli che ti offre il mondo, perché ognuno ha già la sua unicità da vivere.
La malattia
Nell’ottobre del 2006 Carlo aveva appena iniziato il liceo. Sta male, viene ricoverato a Monza e la diagnosi è una leucemia fulminante. Muore pochi giorni dopo, il 12 ottobre, a quindici anni. Ai presenti disse di offrire le sue sofferenze per il Papa e per la Chiesa. Chi era lì ricorda la calma con cui affrontò tutto.
Aveva chiesto di essere sepolto ad Assisi, dove la famiglia andava in vacanza da anni. Così è stato: prima nel cimitero della città, poi, dal 2019, nel santuario dove sono stato io.
Dalla beatificazione alla canonizzazione
Il 10 ottobre 2020 Carlo è stato beatificato proprio ad Assisi. Per quella tappa è stata riconosciuta la guarigione di un bambino brasiliano da una grave malformazione al pancreas. Per la canonizzazione è stata riconosciuta quella di una giovane costaricana dopo un grave trauma cranico. Il 7 settembre 2025, in Piazza San Pietro, Papa Leone XIV lo ha proclamato santo, insieme a Pier Giorgio Frassati.
Un dettaglio che mi ha colpito: nel 2010, quattro anni dopo la sua morte, la madre ha avuto due gemelli, Michele e Francesca. Lei stessa racconta di aver visto in questo un segno legato a Carlo.
Cosa mi sono portato a casa
Se ripenso a quella visita del 2023, non mi restano tanto i miracoli o le date, quanto l’immagine di un ragazzo in scarpe da ginnastica. La frase che preferisco è la più breve, il suo motto: «Non io ma Dio». Tre parole, e dentro c’è quasi tutto. Sono molto legato a Carlo per il fatto che ci accomunano alcune passioni e perché lo sento molto vicino alla mia persona.
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